Laicità e scienza - Iniziativa Laica Ingauna

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Laicità e scienza

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RESPONSABILITÀ E METODO PERCHÉ È INDISPENSABILE DIFENDERE LA BUONA SCIENZA
Elena Cattaneo - La Repubblica 26/09/2015

Cattivi Scienziati. Un titolo, nella sua sinteticità, può trarre in inganno. Questo libro di Enrico Bucci non parla di Scienziati e di Scienza, ma è una manifestazione dell'amore per la Scienza. Una "dichiarazione per assurdo", perché fatta non esaltando la bellezza di fare Scienza, ma raccontando esempi di cattive condotte e quindi di ciò che non può essere considerato Scienza. Leggiamo questo libro come un utile e necessario richiamo alla responsabilità sociale della comunità scientifica e alla "tolleranza zero" verso chiunque manipoli i fatti sperimentali per ottenerne benefici personali.
Gli scienziati non possono esimersi dal mettersi in gioco e dal partecipare alla costruzione della società portando la loro voce in ogni dibattito pubblico affinché i fatti documentati e controllabili possano essere esaminati e costituiscano le fondamenta su cui costruire decisioni legislative giuste e nell'interesse pubblico.
 

L'ITALIA, LA RICERCA PUBBLICA E IL PARADOSSO DEGLI OGM
Elena Cattaneo - La Repubblica 20/06/2015

Nel nostro Paese, quasi unico in Europa, non si può studiare come migliorare geneticamente le nostre piante tipiche per proteggerle nelle condizioni di campo che ne compromettono resa e qualità. Da tredici anni l’irrazionalità politica causa la perdita della nostra biodiversità agricola, si tratti dell’ormai estinto pomodoro San Marzano o del prossimo estinto, il riso Carnaroli. I parassiti evolvono e anche le coltivazioni tipiche necessitano di essere rinvigorite. Se non lo facciamo, le perdiamo o le riempiamo con insostenibili cicli di pesticidi. Ma tre eventi recenti suggeriscono che forse qualcosa può cambiare.
Il primo si è verificato il 13 maggio, in Senato, quando il governo, rappresentato dal sottosegretario Sandro Gozi, si è detto «perfettamente conscio dell’urgenza e della necessità di trattare e risolvere il tema della ricerca pubblica in campo aperto, garantendo la massima sicurezza delle nostre coltivazioni tipiche», impegnandosi a farlo «prima della pausa estiva».
Il secondo riguarda l’aggiunta di un’autorevole voce, quella di Papa Francesco che, nella sua enciclica Laudato si’ , ha ritenuto necessario affrontare il tema degli organismi geneticamente modificati con queste parole: «Occorre assicurare un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e di chiamare le cose con il loro nome. (...) Quella degli Ogm è una questione (…) che esige di essere affrontata con uno sguardo comprensivo di tutti i suoi aspetti, e questo richiederebbe almeno un maggiore sforzo per finanziare diverse linee di ricerca autonoma e interdisciplinare che possano apportare nuova luce ». Le informazioni scientifiche disponibili - dopo venti anni di prove sulla sicurezza di specifiche piante Ogm (varietà di mais, soia e cotone)- dicono che gli Ogm studiati “fanno bene” alla salute umana perché, rispetto alle coltivazioni tradizionali e biologiche, riducono l’impiego di insetticidi e fungicidi, di metalli pesanti o i livelli di pericolose tossine “naturali”, allo stesso tempo senza che sia emersa alcuna prova di danni. E chi ha cercato di costruire false prove è stato smascherato. Anche più interessante è il richiamo del Santo Padre alla ricerca, necessaria a portare “nuova luce”. Nell’Enciclica si cita addirittura ciò che gli scienziati in buona fede sanno, cioè che le piante “naturali” sono geneticamente modificate dai batteri che “naturalmente si divertono” a inserire nel Dna della pianta un po’ del proprio. Esattamente come fa il ricercatore di oggi, che “copia la natura” ma con la precisione chirurgica che l’innovazione permette. Perché noi mangiamo da secoli queste piante “naturalmente e casualmente Ogm”.
Quel 13 maggio, nel presentare un ordine del giorno sulla legge che delegava il governo al recepimento di una direttiva che consente di vietare o meno le coltivazioni commerciali di Ogm, avevo evidenziato come quella direttiva incoraggiasse anche la ricerca scientifica pubblica sugli Ogm. Quell’ordine del giorno è stato condiviso e firmato da più capigruppo (Pd, Fi, Ncd) e senatori. Ho raccontato in Aula che da anni la politica italiana ha confinato nei cassetti dei laboratori pubblici e delle università un patrimonio di conoscenza rimasta inespressa. Progetti che, se disseppelliti, potrebbero far “rinascere” piante, prodotti e biodiversità, salvaguardare le tipicità che stiamo perdendo, far guadagnare competitività al Paese, creare nuova occupazione ed essere premessa tecnologica per una spinta alla ripresa di un settore fermo su gravi condizioni di arretratezza. I nostri imprenditori agricoli potrebbero avere rese di prodotto migliori ed eviteremmo che altri validi cervelli vadano all’estero per realizzare il loro futuro aiutando altri Paesi a rendere più efficiente la loro agricoltura. Ecco alcune risposte al quesito “cosa può fare la scienza per il Paese” promosso dal ministero dell’Agricoltura, dove evidentemente non sanno nemmeno più cosa fa la ricerca scientifica pubblica italiana. In Senato ho anche ricordato che impedire le sperimentazioni in pieno campo sulle migliorie genetiche delle piante significa impedire la ricerca pubblica, la stessa che con regole e scientificità si effettua serenamente in tanti altri Paesi europei. A chi obietta che essa può essere condotta in serra, senza prove in campo, vorrei spiegare nuovamente che è come allestire in officina un nuovo modello di Ferrari senza mai provarlo in pista.
Il terzo evento riguarda il parere che il Parlamento è prossimo a esprimere sulla proposta di regolamento europeo che lascia liberi gli Stati di vietare anche l’importazione di mangimi Ogm. Pare che, in sede europea, i rappresentanti dei Paesi che da sempre demonizzano gli Ogm, come l’Italia, si esprimeranno contro questa libertà. Per anni, politici e abili affabulatori hanno “narrato il mito della pericolosità degli Ogm per la salute dell’uomo”.
Coerenza vorrebbe che ora facessero salti di gioia di fronte alla possibilità di vietare anche l’importazione (oltre alla coltivazione e alla ricerca pubblica) di un materiale “per loro tanto pericoloso”. E, invece, a oggi non ho notizia di nessuno in trincea a sostenere la “chiusura alle importazioni Ogm” offerta dalla Commissione Europea, paradossalmente trasformandosi da anti- Ogm a “complici di crimini ai danni della salute”. Oppure, hanno sempre mentito al Paese.
Faccio allora io una proposta. Se non sarà vietata l’importazione di mangimi Ogm, si segnali al consumatore tutto quanto deriva da Ogm. Si etichettino come “Derivato da Ogm” latte e formaggi, salumi e carni ottenuti da animali nutriti con Ogm. I grandi Consorzi di tutela del Made in Italy, che esportiamo nel mondo, usano mangimi Ogm: etichettiamo anche quei prodotti. Così come il cotone (per il 70% Ogm) che usiamo per vestirci, per le banconote o in sala operatoria. Se si ritengono le migliorie genetiche pericolose, perché non avvisare i cittadini? Magari si scoprirebbe che ne sono indifferenti, se ben informati. Oppure si smetta di ingannare il pubblico con false paure e si ricominci a fare sperimentazione libera, in sicurezza e in campo aperto.
Nell’attesa che il governo mantenga la parola data, innescando una rivoluzione copernicana nella foresta pietrificata del Paese, l’Italia si conferma “regno di paradossi”. Vietiamo gli Ogm, ma ne importiamo diecimila tonnellate al giorno. Li mangiamo da venti anni ma non li studiamo. Paghiamo scienziati per scoprire, inventare, insegnare e applicare cose che allo stesso tempo impediamo loro di realizzare. Siamo contro le multinazionali ma ne dipendiamo per ogni seme non Ogm.
Perdiamo biodiversità e non facciamo nulla per preservare le nostre tipicità. Inondiamo coltivazioni e ambiente di insetticidi e metalli pesanti senza alcun “principio di precauzione”. Temiamo di “contaminare con Ogm” le nostre terre e “lasciamo che si contaminino” quelle dei Paesi da cui li acquistiamo. Paghiamo cervelli e invenzioni italiane in campo agrario lasciando che altri Paesi se ne approprino per migliorare le loro economie. Chissà che nel fare così tanto, non si riesca, prima o poi, anche a rottamare un po’ di questa miope e decadente irragionevolezza.
Università degli Studi di Milano senatore a vita
 

CIAO MASCHIO, IL FUTURO È NELLE MANI DELLE DONNE
Telmo Pievani - La Stampa 05/11/2014
 
Un libro di Telmo Pievani e Federico Taddia racconta tra serietà e ironia il declino del presunto sesso forte.
 

LE VERE DOMANDE DI FRONTE A UN SUICIDIO
Vladimiro Zagrebelsky -  La Stampa 05/11/2014
 
Ancora una volta un suicidio è stato accompagnato da un forte richiamo mediatico, preparato dalla stessa persona che ha deciso di togliersi la vita. Altri casi, anche in Italia, hanno avuto, per scelta espressa, grande risonanza mediatica. E questo aspetto, accanto a quello dell’atto in sé di abbandonare la vita, è stato oggetto di critica o almeno fonte di disagio; quasi che si trattasse di impudicizia o addirittura di esibizionismo, mentre un simile comportamento, quandanche inevitabile, richiederebbe almeno discrezione.
 

IL METODO SCIENTIFICO E’ LA VERA PALESTRA DELL’INTELLIGENZA

Saggio di John Dewey – Il Sole 24 ore 26/10/2014

Ci si dice che le nostre scuole, vecchie e nuove, falliscono nel loro compito fondamentale. Non sviluppano, si dice, il discernimento critico e la capacità di ragionare. L'attitudine a pensare, si aggiunge, è soffocata dal cumulo delle informazioni disparate mal digerite, e dalla pretesa di acquistare forme di perizia da operare immediatamente negli affari e nel commercio. Si afferma che questi guai derivano dall'influsso della scienza e dall'eccessivo peso dato alle esigenze del presente a scapito dello sperimentato retaggio culturale trasmessoci dal passato. Se ne deduce che la scienza e il suo metodo devono tenere un posto subordinato; che dobbiamo tornare alla logica dei principi primi quali sono formulati nella logica di Aristotele e di san Tommaso, perché i giovani possano disporre di un saldo punto di appoggio nella loro vita intellettuale e morale, e non siano alla mercé di ogni soffio di brezza passeggera.
Se il metodo della scienza fosse stato adoperato con maggiore coerenza e continuità nel lavoro quotidiano della scuola, in tutte le materie, sarei maggiormente impressionato da questo appello appassionato. In fondo non vedo che due alternative fra cui l'educazione deve scegliere, se non vogliamo andare alla deriva senza meta.
L'una consiste nel tentativo di indurre gli educatori a ritornare ai metodi e agli ideali intellettuali che sorsero secoli e secoli prima che apparisse il metodo scientifico. L'esortazione a farlo può avere un successo temporaneo in un periodo in cui l'inquietudine generale, tanto sentimentale e intellettuale quanto economica, è al colmo.
In queste condizioni risorge vivo il bisogno di affidarsi a una salda autorità. Tuttavia, esso è così estraneo a tutte le condizioni della vita moderna che considero stoltezza cercare la salvezza in questa direzione. L'altra alternativa è la sistematica utilizzazione del metodo scientifico considerato come modello e ideale dell'intelligente esplorazione e sfruttamento delle possibilità implicite nell'esperienza.
Il problema si pone con una forza particolare per le scuole progressive.
Se non si dedica un'attenzione costante allo svolgimento del contenuto intellettuale delle esperienze e al conseguimento di un'organizzazione incessantemente crescente di fatti e idee, in fondo non si fa che rafforzare la tendenza a un ritorno reazionario verso l'autoritarismo intellettuale e morale. Non è questo né il momento né il luogo per approfondire la natura del metodo scientifico. Ma certi tratti di esso sono così strettamente legati con qualsiasi progetto educativo basato sull'esperienza che essi non possono non essere noti.

ROVELLI: "MA SCIENZA E FEDE DEVONO RESTARE SEPARATE"
Stefania Parmeggiani – La Repubblica 28/10/2014

«È UN bene che il pontefice inviti gli scienziati ad andare avanti con il proprio lavoro e i fedeli a credere in Dio senza per questo rifiutare la scienza, ma è un grave errore dire che il Big Bang esige l'intervento di un creatore divino ». Il fisico Carlo Rovelli ha ascoltato con attenzione le parole che Papa Francesco ha rivolto alla Pontificia Accademia delle Scienze. Le ha apprezzate perché invitano i credenti, anche coloro che negano la teoria dell'evoluzione, a rispettare la scienza, la logica e i fatti, ma pensa che avrebbe fatto bene a non pronunciarle: «Scienza e fede devono restare separate».

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GENETICA DELL’AMICIZIA: SCEGLIAMO CHI È SIMILE A NOI

Edoardo Boncinello – Corriere/Scienza 15/07/2014

Chi si somiglia si piglia, si dice molto spesso. Vuoi vedere che è veramente così!? È stata appena pubblicata una ricerca che attraverso l’analisi del Dna di un milione e mezzo di persone ha portato a concludere che il Dna delle persone amiche tende a somigliarsi. Non so se sia assolutamente vero, ma certo è verosimile e non inatteso. Perché?


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"SONO IL PRONIPOTE DELL’UOMO DI NEANDERTHAL: LO DICE IL TEST DNA", DI MARCO CATTANEO
La Repubblica 08/06/2014


Io — come tutti — sono una specie di miscuglio etnico: per metà mediterraneo, un po’ nordeuropeo, un po’ mediorientale. Con in più un due per cento di uomo di Neanderthal e un pizzico di uomo di Denisova. È questo il verdetto scaturito dall’analisi del mio Dna.
Con l’aria che tira in Europa c’è il rischio di essere frainteso, ma io sono — come tutti — una specie di miscuglio etnico: per metà mediterraneo, un po’ nordeuropeo, un po’ mediorientale. Con in più un due per cento di uomo di Neanderthal e un pizzico di uomo di Denisova, l’enigmatica specie di ominidi scoperta appena cinque anni fa nei Monti Altaj, in Siberia. In poche parole, è questo il verdetto scaturito dall’analisi del mio Dna effettuata dal Progetto Genographic, l’iniziativa lanciata quasi dieci anni fa da National Geographic e Ibm con l’obiettivo di tracciare le migrazioni umane attraverso l’analisi genetica delle popolazioni odierne. A volerla fare più lunga, i miei antenati per parte di padre furono tra i primi gruppi di Homo sapiens a lasciare l’Africa, circa 70mila anni fa, per stabilirsi nella Penisola Arabica. Di lì, alcuni presero la via dell’Asia, seguendo la costa e raggiungendo l’Australia già 50mila anni fa. Noi no. I miei, per così dire, se ne rimasero a girovagare da quelle parti da bravi cacciatori nomadi finché il clima cambiò.
Le temperature si abbassarono, le precipitazioni diminuirono, lasciando terre aride dove prima c’era una rigogliosa savana. Il deserto avanzava, e i miei (come i vostri, probabilmente) non avevano scelta: migrare o morire. Alcuni si ostinarono a rimanere in Medio Oriente, altri inseguirono le grandi mandrie di animali selvatici nelle praterie che a quell’epoca si estendevano
dall’Atlantico fino al Mar del Giappone. Il gruppo più piccolo, il mio, mosse verso nord, attraverso l’Anatolia e i Balcani. Lì, resistettero all’ultima glaciazione di 20mila anni fa, durante la quale i ghiacci ricoprivano il Nord Europa, ma anche l’area alpina e gli Appennini. E quando le temperature si fecero più miti, tra 15mila e 10mila anni fa, sciamarono per l’Europa, divennero agricoltori e allevatori e alla fine, finirono in Pianura Padana.
Il cammino dei progenitori di mamma non è stato molto diverso. Se ne uscirono dall’Africa un po’ più tardi, e un po’ più a nord, seguendo il bacino del Nilo fino al Sinai, e incontrando i Neanderthal intorno a 60mila anni fa. Deve essere lì che è avvenuto il fattaccio per cui mi ritrovo qualche avanzo di genoma neandertaliano. Dopo qualche millennio in Medio Oriente si ritrovarono con i parenti di papà nella Mezzaluna Fertile,
ma poi presero un’altra strada. Superarono il Caucaso lungo il Mar Caspio e passarono l’inverno nell’Europa centro-orientale, dove diedero il loro contributo alla scomparsa dei cugini Neanderthal. E di lassù calarono poi a sud delle Alpi con qualche orda di barbari. O almeno così mi piace immaginare. A oggi il Genographic ha analizzato il Dna di oltre 660mila persone, ricostruendo la mappa delle migrazioni umane con una precisione senza precedenti, grazie all’esame di 150mila marcatori genetici. Ogni nostra cellula contiene cromosomi che sono la combinazione del Dna che ereditiamo dai nostri genitori. Con qualche eccezione. Il Dna mitocondriale, per esempio, lo ereditiamo soltanto dalla madre, e il cromosoma Y dal padre. È da questi che si ricostruiscono le due linee di discendenza. E per questo le donne, che non hanno il cromosoma Y, non possono conoscere la propria storia paterna se non grazie all’analisi del Dna di un congiunto maschio di primo grado. Il Dna passa di generazione in generazione, ma di tanto in tanto intervengono mutazioni. E una mutazione di successo è come una specie di post-it sulla doppia elica del Dna; viene trasmessa per millenni ai discendenti del primo che l’ha recata. Confrontando il genoma di molti individui, con il metodo dell’"orologio molecolare" si riesce a stabilire quando e dove una mutazione sia avvenuta per la prima volta. E l’epoca e il luogo di quel primo evento segnano l’inizio di una nuova linea di discendenza umana. Così, controllando quali marcatori ci sono nel nostro Dna, si risale nella nostra storia personale, fino a quelle piccole comunità che vivevano 75mila anni fa nel cuore dell’Africa, e da cui tutti discendiamo. Il test è semplice, garantisce la riservatezza e non coinvolge marcatori come quelli per individuare la predisposizione a malattie genetiche. Per farlo basta richiedere il kit Geno2.0 a genographic. nationalgeographic. com e seguire le istruzioni. Che poi prevedono solo di sfregarsi l’interno delle guance con una specie di spazzolino da denti e rispedirlo in un contenitore sterile. Poi una mattina vi ritrovate nella posta elettronica un messaggio che annuncia che i risultati sono disponibili. Magari, come me, non ci troverete grosse sorprese — al di là del fatto che una parentela con i Neanderthal, almeno come ce li hanno sempre dipinti, può dare qualche inquietudine — ma avrete partecipato a un progetto scientifico di portata mondiale. E potrete fantasticare sul cammino dei vostri geni, sulle disavventure, i disagi, i pericoli, le malattie che i vostri antenati hanno dovuto affrontare per arrivare fino a voi. Qui e ora.

COSÌ HO INFRANTO IL MONOPOLIO DI DIO
Piero Bianucci – La Stampa Cultura 02/06/2014

Qualche settimana fa, mentre eravamo distratti dalle grida di Grillo e dai servizi sociali di Berlusconi,  Nature  annunciava che l’uomo è riuscito ad aggiungere 2 «lettere» alle 4 che da miliardi di anni il Dna usa nel suo alfabeto della vita. Un microbo, l’ Escherichia coli , comunissimo anche nel nostro intestino, vive con il Dna a 6 lettere inventato da Floyd Romesberg - Scripps Institute, California. È come se finora la Natura avesse scritto i progetti di tutte le specie in una sola lingua e ora potesse incominciare a scriverli in una nuova lingua inventata dall’uomo. Ma il vecchio alfabeto permette 64 combinazioni, quello nuovo 216.

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IL BIG BANG IN LABORATORIO "COSÌ LA LUCE DIVENTA MATERIA"
Silvia Bencivelli – La Repubblica.it Archivio 21/05/2014

PRENDERE luce, sottoforma di fotoni ad altissima energia. Sbatterla in un apparecchio cilindrico foderato d'oro. Prelevare la materia fresca fatta di elettroni e positroni che ne schizzano fuori. Ecco la ricetta per replicare il Big Bang tra le quattro mura di un laboratorio. È stata scritta da un gruppo di ricercatori inglesi dell'Imperial College di Londra con i colleghi tedeschi del Max Planck Institut di Heidelberg che, ottant'anni dopo le prime idee teoriche sulla possibilità di convertire luce in materia, sono finalmente riusciti a disegnare un esperimento capace di farlo davvero. Si tratterebbe del primo esperimento in grado di replicare uno dei processi fondamentali avvenuti al momento della nascita dell'universo

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COSA PUÒ CAMBIARE
(SENZA TENTAZIONI)
Edoardo Boncinelli – Corriere della sera Salute 08/05/2014

Tutti sanno ormai che il patrimonio genetico è portato dal Dna, e che questa molecola è costituita da una successione lineare di quattro nucleotidi, o basi: A, G, C e T. In tutti questi quattro miliardi di anni la vita è andata avanti utilizzando queste quattro basi. Ma dal punto di vista chimico se ne possono concepire e sintetizzare molte altre, che la natura ha almeno apparentemente scelto di non utilizzare. Che cosa succederebbe se in una cellula, più o meno elementare, introducessimo alcune di queste altre possibili basi? La cellula le tollererebbe e magari le utilizzerebbe, o no? Ce lo siamo chiesto da decenni, e ora abbiamo la risposta, affermativa. Se operiamo in maniera accorta, la cellula è capace di ospitare e utilizzare un Dna con sei o più basi invece delle solite quattro.

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IL CASO STAMINA: LA SCIENZA SPIEGATA AI MAGISTRATI
Carlo Flamigni - L'Unità 08/05/2014

E' possibile, ed è soprattutto sperabile, che di Stamina e delle sue menzogne non si parli più; è anche possibile però che di casi come questo se ne possano verificare altri in avvenire,almeno se non troviamo un accordo su alcune cose apparentemente semplici, come il significato della scienza e la definizione di verità scientifica.
Beppe Severgnini ha scritto (Corriere della Sera, 26 aprile) che la vicenda Stamina è la prova di quanto siamo fragili e distratti oltre ad essere il riassunto di cosa pub accadere quando la scienza è lenta, la giustizia troppo rapida, i media superficiali. Non mi occuperò dei media (ho già troppi nemici), ma vorrei parlare di scienza a chi amministra la Giustizia, ai magistrati. Con una sola premessa: che sono, per quanto pub contare, un loro vecchio partigiano, e che non mi fanno cambiare idea nemmeno le sentenze con le quali sono in disaccordo. Le definizioni di scienza sono molto numerose e non tutte facilmente comprensibili. In questa occasione scelgo la seguente: t'La scienza è il maggiore degli investimenti sociali, un investimento in cui la società si impegna per migliorare la propria qualità di vita (e in particolare quella delle persone più fragili e sfortunate)». Ne deriva che gli scienziati sono stati caricati di una grande responsabilità e hanno precisi doveri nei confronti della società. Robert Merton, nel 1942, precisava questi doveri scrivendo che la scienza deve essere comunitarista, universale, trasparente, disinteressata, capace di scetticismo organizzato. Di una scienza attenta a questi doveri nessuno pub avere paura perché è chiaramente una scienza al servizio dell'uomo.
Le norme di Merton dovrebbero rappresentare insieme i limiti e gli attributi della scienza. Le riassumo. La prima è il comunitarismo: la scienza produce frutti che debbono essere considerati proprietà comune. Questa regola vieta la segretezza. La seconda norma è l'universalismo: i risultati delle ricerche vengono inclusi in un archivio comune, vietando i preconcetti e i privilegi. Il terzo criterio è il disinteresse, dal quale nasce la credibilità della scienza. E un criterio che vale solo per la scienza accademica e che non pub essere considerato né assoluto né dirimente. Gli scienziati sono uomini e chiedere a loro di operare lasciando da parte ogni tipo di interesse personale sembra eccessivo anche a chi appartiene alla schiera dei paladini della scienza virtuosa. Il successivo criterio e quello dello scetticismo organizzato, che deve imporre ai ricercatori di essere dubitosi: essere scettici non significa essere nichilisti, né lasciarsi sopraffare da profondi dubbi filosofici, ma solo saper mettere un freno alla propria ricerca e considerarne con prudenza le conclusioni. Le altre norme, (originalità, creatività, cooperazione, trasparenza) non hanno bisogno di commenti. Lo scetticismo organizzato è, tra tutte le regole di Merton, la più importante perché stabilisce le regole che debbono essere seguite prima che una acquisiziône scientifica possa essere considerata una verità (naturalmente, temporanea e parziale) e sia resa disponibile all'applicazione pratica: non pub in alcun caso essere priva di conferme; deve passare al vaglio dell'approvazione di esperti; non deve avere parti sulle quali qualcuno ha posto l'impegno della segretezza.
Nessuno spazio, proprio nessuno, per la pseudoscienza di Stamina. Un problema che la scienza deve risolvere oggi riguarda la prevalenza, sempre più evidente, della ricerca scientifica post-accademica, quella finanziata dall'industria e dalle multinazionali, dalla quale dipende una conoscenza non sempre basata sull'oggettività, non sempre fondata sul disinteresse personale, sul comunitarismo, sull'universalismo e sullo scetticismo organizzato, cioè sugli imperativi istituzionali della ricerca scientifica. Ne pub derivare una pseudoscienza alla continua ricerca di scappatoie e di scorciatoie che le consentano di acquistare potere e di guadagnare molto denaro. Ultima precisazione: quando si ragiona su questi temi è bene rispettare tutte le regole, inclusa quella di accettare le definizioni ufficiali e di non proporne delle proprie, magari affidandosi all'inganno delle intuizioni. Esempio: si definiscono sperimentali una serie di studi regolamentati a livello di autorità sanitarie, relativi a possibili prodotti farmacologici e sostanze con una presunta azione farmacologica sull'uomo. Una ricerca non è sperimentale se non è inserita in un percorso autorizzato e previsto, il protocollo sperimentale. Si definiscono compassionevoli cure o i farmaci in fase di sperimentazione non ancora approvati dalle autorità sanitarie quando vengono impiegati al di fuori degli studi clinici per pazienti che potrebbero trarne beneficio ma che non hanno i requisiti necessari per accedere a uno studio sperimentale. Tutto questo dovrebbe significare qualcosa per i magistrati che si sono lasciati commuovere dal termine «compassionevole».
Queste le regole, le uniche possibili. Se siamo d'accordo nell'accettarle, allora bisogna anche capire che ignorarle - quali che siano le buone e generose intenzioni che possono sollecitarci a farlo - significa commettere un grave errore e creare le basi per molti danni: si diviene collaboratori involontari di soggetti immorali che speculano sulla sofferenza; si apre il cuore di molta povera gente a false speranze, li si espone al grande dolore delle illusioni deluse, si fa scempio della loro fiducia.
Approfitto di questa occasione, a proposito delle invasioni di campo, per rispondere a un articolo di Nicoletta Tiliacos (IlFoglio) che insulta me e Corrado Melega per aver scritto, proprio su questo giornale, in difesa della Ru486, la pillola per abortire. La signora Tiliacos ripete le stesse dette e ridette, alle quali abbiamo risposto più volte e alle quali non risponderemo. Se la signora Tiliacos non le vuole leggere, libera di farlo, dovrà accettare che le sue opinioni vengano definite parziali (o di parte) oltreché sbagliate. Voglio solo ricordarle le regole: quello che scrive lei sul suo giornale, quello che hanno scritto Michael Greene e Marc Fisher nel 2005 (gli esperti mondiali di microbiologia si sono riuniti ad Atlanta nel 2006 per discutere questi dati: spero si sia accorta che di quelle particolari infezioni non si parla più) non significa, sul piano scientifico, assolutamente nulla. Quello che conta è l'opinione dell'Oms, delle grandi Associazioni scientifiche, delle ricerche epidemiologiche, e tutte queste opinioni convergono sulla stessa conclusione: i danni da aborto chirurgico e quelli da aborto farmacologico sono in pratica gli stessi. Dunque un po' più di prudenza, anche perché per quanto so ne uccide più il ridicolo della Ru486. No? Ci pensi: la signora Roccella ha scritto che la mortalità da Ru 486 è 10 volte più elevata di quella da raschiamento. Facciamo i conti: quest'anno ci sono state due donne morte dopo un aborto chirurgico e una dopo un aborto farmacologico, se i conti della signora Roccella fossero esatti mancherebbero 19 decessi da Ru486. Pensa veramente che esista in Italia una organizzazione clandestina che riesce a celare 19 drammi come questi? Con tutti i finti cattolici e i veri bigotti che infestano i reparti di ginecologia? Siamo seri. un vecchio detto latino dice che ognuno di noi dovrebbe limitarsi a fare quello che gli hanno insegnato: così il marinaio dovrebbe alzare le vele, il maniscalco ferrare i cavalli, il medico fare i clisteri: ma tutti possiamo scrivere poesie. È solo un consiglio, ma ci provi, scriva poesie.

L’APPARENZA INGANNA
Piergiorgio Odifreddi – La repubblica.it 19/02/2014

Alziamo gli occhi e osserviamo il Sole e la Luna girare in cielo, ma in un caso ci sbagliamo e nell’altro no. Guardiamo le stelle e ci illudiamo di vederle come sono ora, ma stiamo osservando la loro luce di anni o millenni fa. Passeggiamo nel silenzio di un bosco, ma siamo avvolti da innumerevoli onde radio che solo un apparecchio ci permette di udire. Ci chiniamo a osservare un fiore colorato, ma non scorgiamo gli stessi colori di un’ape che vede nell’ultravioletto. Tiriamo un pallone a poche decine di metri, ma non pensiamo che nel vuoto il calcio l’avrebbe spedito all’infinito. Alziamo con fatica un peso, e non ci rendiamo conto che è quasi tutto costituito di vuoto. Gli atomi non li vediamo neppure al microscopio, che ci rivela però un mondo alieno in cui un insetto ci appare come un mostro da film dell’orrore


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NON INVOCATE DARWIN PER DECIDERE SE È MEGLIO LA LIBERTÀ O L'EGUAGLIANZA
Telmo Pievani – Il Corriere della sera 01/09/2013

I contributi alla teoria evoluzionistica di Paul H. Rubin e Matt Ridley, due autori presenti nel catalogo IBL Libri

Ma è più darwiniano essere di destra o di sinistra? La domanda può suonare bizzarra, ma non lo è per chi si interroga sulle basi evoluzionistiche del comportamento politico. Con quali esiti? È uscito negli Usa, per mano di Avi Tuschman, che si presenta come «esperto nelle radici nascoste dell'orientamento politico», il libro Our Political Nature (Prometheus Books) che intende svelare i tre istinti innati che presiederebbero alle scelte di voto. In base alle differenti attitudini verso il tribalismo, la diseguaglianza e l'altruismo, sarete di destra o di sinistra (il centro non è pervenuto). L'opera, che indaga le origini della partigianeria, è stata stroncata dall'«Economist» per le generalizzazioni infondate, le semplificazioni e... la partigianeria: «Darwin può aiutare a spiegare tante cose, ma non proprio tutto». Non è di questo avviso Paul H. Rubin, della Emory University di Atlanta, autore nel 2009 de La politica secondo Darwin (Ibl Libri, 2009), secondo il quale la selezione naturale si nutre di disparità individuali e di maschi competitivi, e quindi gli esseri umani hanno una naturale tendenza all'autonomia.
Ne discende che le ideologie egualitarie sono destinate al fallimento. Le differenze di produttività portano vantaggi all'intera società. Ecco perché le istituzioni del capitalismo (compresa la monogamia) renderebbero più felici, sane e attive le persone.
Le relazioni fra individui si misurano sulla base dei costi e dei benefici, essendo influenzate dalle preferenze fissate dalla selezione naturale nel Paleolitico per massimizzare il successo riproduttivo dei portatori. Tranquilli: non è la politica secondo Darwin, è la politica secondo Rubin. Che il mondo fosse fatto per capitani d'industria temprati dalla lotta nella libera competizione lo ipotizzava già Herbert Spencer nell'Ottocento. Lo ribadisce nel 1996 il giornalista Matt Ridley in
Le origini della virtù (lbl Libri, 2012), aggiungendo però che, sebbene la competizione tra geni egoisti sia la forza primaria dell'evoluzione, spesso ci conviene cooperare. L'altruismo, del resto, è la forma più raffinata di egoismo. Secondo Larry Arnhart, autore nel 2005 di  Darwinian Conservatism  (Imprint Academic), la selezione ha forgiato una natura umana che prevede la proprietà privata, il libero mercato senza intervento statale, le tradizioni morali e tutta l'agenda dei repubblicani Usa. Solo che gli umani sarebbero predisposti per natura anche a limitare la libertà altrui, perché così funzionava il loro cervello da cacciatori-raccoglitori abituati a vivere in piccoli gruppi «a somma zero». Socialisti e no-global approfittano di questa eredità e non capiscono che oggi viviamo in un mondo in crescita, a somma non-zero. Dunque, nota ancora Rubin, «il desiderio di punire o penalizzare i ricchi è fuorviante».
Ad avviso di Albert Somit e Steven A. Peterson, la democrazia è ciò che di più innaturale possa esistere ma, siccome siamo sensibili all'ambiente in cui cresciamo, i sistemi liberaldemocratici sono quantomeno possibili, benché costantemente minacciati dai tribalismi. A detta di Peter Singer, nel suo classico Una sinistra darwiniana (Edizioni di Comunità, woo), la sinistra del futuro dovrebbe accettare la naturalità della diseguaglianza, senza volerla sradicare come ha fatto finora, e al contempo valorizzare le altrettanto forti propensioni naturali alla cooperazione. Ma allora siamo più adatti al liberismo o al socialismo? Dipende, anche perché un adattamento dell'età della pietra non è detto sia utile oggi, in un mondo più complicato. Ne risulta una gran confusione. Alcuni troveranno queste tesi interessanti, altri discutibili, altri ancora assurde. Sarebbe un errore però rifiutarle perché sono per lo più di orientamento conservatore. Se una ricerca scientifica porta a risultati corroborati, pur se non ci piacciono vanno presi sul serio. Sarebbe futile anche reagire invocando lo spettro del «determinismo biologico». È acclarato che la mente umana nasce provvista di un ricco repertorio di competenze evolute nel corso della storia naturale, che influenzano le nostre scelte. I fattori biologici interagiscono con quelli, altrettanto importanti, di tipo sociale e culturale. Cercare i precursori naturali delle nostre predisposizioni non implica quindi alcun determinismo, ma arricchisce il bagaglio delle conoscenze. problema è un altro, come fanno notare molti biologi evoluzionisti, e riguarda lo statuto immaturo di ricerche basate spesso su letteratura di seconda mano, su comparazioni etologiche speculative, su osservazioni non sistematiche e su campioni statistici insufficienti. Ma ci sono cautele ancor più serie. Lo stabile e uniforme ambiente paleolitico immaginato da questi autori, dove la selezione avrebbe forgiato i nostri adattamenti ancestrali, non è mai esistito. Inoltre, è ormai smentita da più parti l'idea che dal Neolitico in poi non vi sia stata evoluzione (biologica e culturale) in Homo sapiens. Nei nostri crani quindi non risiede affatto «un cervello dell'età della pietra». E soprattutto, l'evoluzione non è un'ottimizzazione ingegneristica, ma un'esplorazione di possibilità dentro un albero ramificato di forme. Non solo: se una propensione attuale può essere ritenuta a volte adattativa e a volte no, ecco una spiegazione buona per tutto, che non spiega niente.
Vediamo un esempio. La libera espressione dell'autonomia individuale è darwiniana ed è bene assecondaria perché consona alla natura umana. Il conflitto etnico e l'egualitarismo invece non vanno bene, anche se sono darwiniani: sono diventati disadattativi e vanno corretti con l'educazione. L'economia di mercato e la democrazia non sono darwiniani, sono contro-intuitivi, ma vanno perseguiti lo stesso. Infine, quarta possibilità, un tratto non è darwiniano (per esempio il socialismo) e, anche se il mondo di oggi è così diverso dalla savana africana, è sbagliato perché contrario all'evoluzione umana. Nel fantomatico Paleolitico c'è tutto ciò che serve per inventarsi una storia ad hoc.

Capita così di leggere, in Rubin, quadretti simili: «I maschi si dedicavano alla caccia, spesso cooperativa, e le femmine alla raccolta (il che spiega la preferenza femminile per i fiori, dato che sono associati alle cose che sono buone da raccogliere)». Per migliorare l'agricoltura, secondo Ridley, bisogna fare in modo che ogni coltivatore possa imitare il vicino più bravo, senza regolamentazione pubblica. Il resto verrà da sé, con tanti piccoli egoismi che insieme creano il bene comune. Lo sapevano anche gli abitanti dell'isola di Pasqua. Ognuno imitava il vicino che aveva i rendimenti migliori nel disboscamento ed erigeva il moai più bello. Poi si sono accorti che un'isola è un'isola e si sono quasi estinti.

DARWIN E LA RELIGIONE CATTOLICA, RITRATTO DI UN ERETICO CORTESE

Cronache laiche – Federico Tulli intervista Telmo Pievani  27/06/2013

Un'immagine intima e inedita del padre della teoria dell'evoluzione. A colloquio con l'epistemologo Pievani, curatore de Charles Darwin. Lettere sulla religione.

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MARGHERITA HACK, LE FRASI DELLA VITA E DELL'IMPEGNO
"NON CREDO A UN PARADISO COME UN CONDOMINIO"

La Repubblica.it Scienze


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LA PRIVATIZZAZIONE DELLA NATURA
Piergiorgio Odifreddi – La Repubblica.it Archivio 14/06/2013

LA NATURA non si brevetta.
Con questo slogan si può tradurre la decisione che arriva dagli Stati Uniti. D'altra parte per semplificare un po', ma non troppo, la biologia contemporanea può essere considerata come uno scontro fra Titani. DA UNA parte, ci sono gli scienziati "duri e puri", interessati alla ricerca per scoprire com'è fatta la Natura, per il bene dell'umanità. Dall'altra parte, gli scienziati "duri e impuri", interessati alla ricerca per scoprire com'è fatta la Natura, per il bene del loro conto in banca.
I vessilliferi di questi due gruppi sono i due biologi più famosi del mondo: rispettivamente, James Watson e Craig Venter. Entrambi sono stati degli enfant prodige, e sono diventati degli enfant terrible. Ed entrambi hanno legato il loro nome al Progetto Genoma, che nel 2000 ha portato alla sequenziazione del genoma umano.


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CARO FERRARA, EPURI E SI MUOVA!
Piergiorgio Odifreddi – La repubblica.it Blog

Caro Giuliano Ferrara,
è un po’ di tempo che non ci sentiamo, e che non la disturbo con lamentele a proposito di ciò che esce sul suo
Foglio Quotidiano. Diversamente dalle altre volte, però, quando mi lamentavo di cose (false) che lei aveva pubblicato sul mio conto, e dunque intervenivo privatamente con una lettera al direttore, oggi le scrivo pubblicamente dal mio blog, a causa di un articolo di un suo collaboratore, che non riguarda me (lei mi scuserà se ne vengo a conoscenza con un po’ di ritardo, ma immagino capirà il perché senza alcun ritardo).
Il contenuto di quell’articolo grida vendetta di fronte non soltanto alla comunità scientifica, ma all’intera comunità degli esseri umani, intesi secondo la definizione stoica di "animali razionali". Il suo collaboratore Camillo Langone, evidentemente in possesso di uno solo dei due attributi che definiscono appunto l’uomo, ha postato sul sito del suo giornale il 7 marzo scorso, due giorni dopo il rogo della Città della Scienza di Napoli, un articolo intitolato
Dovevano bruciarla prima, che si conclude così:

Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici. Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.

Una prova così concisa di ignoranza e di stupidità (due attributi che ovviamente convivono benissimo, in generale e nel suo collaboratore) sarebbe difficile darla. "Superstizione ottocentesca"? "Ambienti parascientifici"? "Forma di nichilismo"? Il povero Langone, che nel suo articolo nominava invano (cioè, a sproposito) il nome di Nobel, potrebbe cortesemente dirci quanti e quali, tra i 201 vincitori del premio Nobel di fisiologia e medicina tra il 1901 e il 2012, non siano stati afflitti da quella "superstizione ottocentesca, parascientifica e nichilista"? Siamo tutti tutte orecchie.
La realtà è che gli unici superstiziosi e prescientifici sono appunto gli ignoranti come lui, che non sanno di cosa parlano. In Italia, fino al 7 marzo, in questa categoria ricadevano soltanto due persone notorie, il fisico delle particelle Antonino Zichichi e lo storico delle idee religiose Roberto de Mattei, e i quattro sconosciuti gatti di un patetico Comitato Antievoluzionista. Ora ci appartiene di diritto anche lei, caro direttore: almeno fino a quando non epurerà ufficialmente "l’asino ignorante e presuntuoso" (come Giordano Bruno ne definì uno analogo, che ragliava in maniera analoga contro l’eliocentrismo) che ha scritto quell’articolo.
A differenza degli esaltati come Langone, io non chiedo naturalmente roghi. Mi basterebbe che la magistratura processasse e condannasse lui, per l’apologia di reato commessa nell’ultima frase del suo demenziale articolo. E che lei ci rassicurasse di non essersi accorto di ciò che quella mina vagante aveva postato sul suo sito. Voglio sperare che lei non condivida invece quell’articolo, e non dimostri in tal modo di appartenere pure lei, come gli esseri già citati, alla specie delle scimmie non evolute.
Ps. Immagino lei sappia chi è "il filosofo Fabrice Hadjadj". Invito però i miei lettori, che probabilmente non lo sanno, a informarsi sul sito di Wikipedia, e a farsi quattro gustose risate:


http://it.wikipedia.org/wiki/Fabrice_Hadjadj

E se raccontassimo le «-omiche»?
Carlo Alberto Redi Il Sole 24 ore 27/01/2013

Con l'uscita dalle caverne, circa 100 mila-150 mila anni orsono, la mente umana ha cominciato a porsi questioni tutt'ora irrisolte (a partire da «l'essere è, il non essere non è») e ha intrapreso attività straordinarie (pittura, musica, arti, tecniche) che contrassegnano una progressione geometrica nell'avanzamento delle conoscenze sino alla rivoluzione industriale, al secolo della chimica (l'Ottocento) e a quello della fisica (il Novecento): ………

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PER UNA SCIENZA DELLA DIGNITÀ
Margherita Hack – Libero pensiero 31/03/2013

La scienza e le sue applicazioni si sono sviluppate tanto da poter modificare la natura degli esseri viventi,
le condizioni del nostro pianeta in modo palpabile e forse irreversibile. Perciò ci si comincia a chiedere
come conciliare il rispetto della vita in tutte le sue forme con tutto ciò che la scienza applicata può fare.
In cosa consiste la dignità umana? Io credo nel rispetto di tutti gli esseri viventi che con noi condividono
le risorse della Terra. È una dignità gravemente calpestata dalla violenze che noi grazie alla maggior potenza del nostro cervello infliggiamo a tutti, animali e vegetali, che con noi convivono…


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Vi racconto l'uomo che verrà
Più buono grazie alla nanoscienza

Una riflessione sulla società del futuro colma dell'ottimismo tipico dello scienziato, perchè "la scienza ha costantemente migliorato la nostra vita". Dai tempi della geometria ad oggi, l'era del Dna
di UMBERTO VERONESI

La scienza trasformerà il futuro e la vita dell'uomo, lo ha sempre fatto e lo farà ancora di più. Le religioni resisteranno, ma è la scienza che traccia la via del domani e ne detta l'agenda: le evoluzioni sociali e intellettuali che vivremo, avranno origine da un progresso scientifico. Da bambino ho vissuto il passaggio dall'illuminazione a gas a quella elettrica.E ho visto il modello familiare e sociale trasformarsi drasticamente.

Da adulto ho vissuto la nascita e l’esplosione dell’era digitale, che ha ancora più radicalmente cambiato i rapporti fra uomini e fra uomo e ambiente. Ora siamo nell’era del Dna: non solo abbiamo decodificato il mistero della vita, ma stiamo imparando a riprodurlo. Già più di dieci anni fa Michel Houellebeck nel suo libro Le particelle elementari (che Oskar Roheler ha trasformato in un bel film) raccontava di un biologo che era riuscito a ricostruire artificialmente il Dna umano in laboratorio, precipitandoci nella riflessione cruciale di come l’umanità saprà utilizzare questo straordinario progresso. E la verità è che ancora oggi siamo per lo più spiazzati eticamente e giuridicamente. Ma non ci possiamo sottrarre a questa prova, perché se qualcosa è scientificamente ipotizzabile, prima o poi qualcuno la realizzerà. L’incertezza è soltanto quando e come, e la sfida è fare in modo che sia realizzata a puro vantaggio dell’uomo. Gli scienziati sono ottimisti perché la scienza ha costantemente migliorato la nostra vita, sin dai tempi della sua nascita, quando la divisione delle proprietà terriere tra agricoltori, per aumentare la produzione di cibo, ha dato origine alla geometria.

Scrive Nicholas Negroponte, uno dei maggiori innovatori del nostro tempo: «Il mio ottimismo non è alimentato da un’anticipazione su nuove scoperte o invenzioni. Trovare una cura per il cancro o l’Aids, scoprire un modo accettabile per controllare la crescita della popolazione, inventare una macchina che respiri la nostra aria e beva l’acqua dei nostri oceani restituendole purificate, sono sogni che possono avverarsi oppure no. Non occorre aspettare nessuna invenzione ». L’orizzonte più vicino è segnato dalla nanoscienza, che ci permette di ricostruire il nostro mondo nella dimensione del nanometro, un milionesimo di millimetro, la dimensione della natura. Presto potremo avere nuove forme di cattura dell’energia solare con circuiti nanometrici fotovoltaici mischiati alle vernici delle case, avremo microspie diffuse negli ambienti con uno spray, disporremo dei respirociti, microorganuli iniettabili nel sangue, che assorbono enormi quantità di ossigeno, tanto che con un’iniezione di respirociti potremo correre per tre ore senza respirare. L’impatto sociale della nanoscienza sarà enorme: intellettuale, educativo, artistico, sentimentale, passionale, politico. Ma la società nanoscientifica sarà una società migliore.

Il futuro dell'uomo non è solo nella scienza
di VITO MANCUSO

Non guardo con sfavore al progresso scientifico, dei cui benefici godo come essere umano e le cui acquisizioni teoretiche cerco di introdurre nella mia modalità di vedere il mondo (filosofia e teologia) e di coltivare la dimensione contemplativa della vita (spiritualità). Però diffido della scienza e della tecnologia quando manifestano un complesso di superiorità culminante in una sorta di gelosa autarchia che si può riassumere così: gli scienziati hanno il potere di intervenire sulla natura umana, l'umanità si deve fidare perché grazie a loro la vita sarà migliore.

Ho fatto questa riflessione leggendo l'articolo di Umberto Veronesi che parlava del futuro che ci aspetta. Egli riconosce che di fronte agli scenari aperti dalla scienza e dalla tecnologia "oggi siamo per lo più spiazzati eticamente e giuridicamente", ma fa capire che ormai non è più possibile tornare indietro, e afferma: "L'incertezza è soltanto quando e come, e la sfida è fare in modo che sia realizzata a puro vantaggio dell'uomo".
il futuro non è solo scienza

Non è così scontato come sembra. Prima è opportuno vedere cosa ci aspetta, e cioè quella che Veronesi definisce la società nanoscientifica. Prendete un millimetro e immaginate di dividerlo un milione di volte. La vostra mente non ci riesce ma la tecnologia sì. Da qui alcune delle meraviglie di cui presto potremo disporre: vernici ripiene di invisibili pannelli solari con cui dipingere le case, microspie diffuse negli ambienti con un semplice colpo di spray, microorganuli nel sangue per "correre tre ore senza respirare". Sono solo alcuni esempi: non c'è luogo del nostro corpo in cui non poter inserire nanocellule che megapotenziano le prestazioni. Evviva, gridano tutti a questo punto, e che altro si può dire visto che tutto è "a puro vantaggio dell'uomo"?

Ma la domanda è: qual è il puro vantaggio dell'uomo e chi lo stabilisce? Correre tre ore "senza respirare" è un vantaggio? In realtà da un uomo che corre senza respirare, a un uomo che parla senza pensare, a un uomo che vive senza amare, il passo non è poi così lungo. Einstein scriveva nel testamento spirituale: "Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti... ma quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti". Einstein si riferiva alla guerra atomica, ma quello che conta è la sua visione generale di una ricerca scientifica guidata dall'etica, del tutto opposta rispetto al teorema secondo cui "se qualcosa è scientificamente ipotizzabile, prima o poi qualcuno la realizzerà". In realtà non è per nulla così, oggi la scienza è un'impresa collettiva che abbisogna di immensi finanziamenti pubblici e quindi di supporto politico, così che la comunità umana può decidere che qualcosa di scientificamente ipotizzabile non per questo debba essere realizzato. L'ottimismo scientista non era condiviso da Einstein, secondo il quale "coloro che più sanno sono i più pessimisti".

Non si tratta ovviamente di coltivare il pessimismo fine a se stesso né tanto meno la sfiducia nell'intelligenza umana, si tratta solo di avere una lucida consapevolezza dell'enorme posta che è in gioco e del fatto che non potrà mai essere la sola scienza a stabilire il "puro vantaggio dell'uomo". Quale sarebbe infatti questo puro vantaggio? Siamo sicuri che esso consista solo in uno standard predefinito di salute fisica e mentale che è l'unico parametro che può essere offerto dalla scienza? Dico ciò senza il minimo dubbio dell'importanza della salute fisica e mentale, ho insegnato per sette anni al San Raffaele di Milano dove (nonostante tutto quello che poi è emerso) la stella polare era sempre data dall'unità di corpo, psiche e spirito. Non posso non vedere però il pericolo di una "società nanoscientifica" che imponga a ogni individuo uno standard di salute fisica e mentale predefinito invadendolo fin da piccolo di microorganuli, uno standard in base a cui Michelangelo e Leopardi sarebbero stati sempre di buonumore, Nietzsche non sarebbe impazzito, Van Gogh non si sarebbe tagliato l'orecchio, Tolstoj sarebbe morto tra le linde lenzuola di casa, e tutti avrebbero fatto jogging ogni mattina dopo una colazione a base di cereali americani rigorosamente ogm.

Veronesi apriva l'articolo scrivendo che di fronte all'avanzata trionfale della tecnologia "le religioni resisteranno", evidentemente perché per lui esiste un conflitto strutturale tra ricerca scientifica e religiosità. Però voglio ricorrere ancora una volta a Einstein: "La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca". Non sono certo pochi i grandi scienziati pronti a riconoscere i limiti della scienza e la necessità di un dialogo costruttivo con le sapienze spirituali dell'umanità. Che poi il nostro tempo avrebbe bisogno di uomini di fede in grado di condurre veramente questo dialogo, mentre al contrario la struttura della Chiesa attuale è fatta in modo tale da emarginare pensatori profetici come Raimon Panikkar e Hans Küng e da promuovere desolanti yes-men pronti a trasformarsi in corvi, è tutto un altro doloroso discorso.

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